Dittico Pierrot Lunaire – Gianni Schicchi

Allestimento a cura dei vincitori del Concorsi di regia e allestimento 2014 promosso dalla Fondazione Orizzonti d’Arte

NOTE DI REGIA
di Roberto Catalano

Per raccontare due storie così diverse e al contempo lontane fra loro, abbiamo scelto uno spazio ‘comune’ che sulla scena si traduce in una ‘corona circolare’. Una scena che si fa ‘orbita’ in Pierrot e che diviene ‘tavolo’ in Gianni Schicchi.
Pierrot Lunaire ci racconterà la sua storia ‘tra un satellite e le rovine di un mondo morente’.
Trasportato dalla furia del mare e giunto su una riva al cospetto della luna, si muoverà tra oggetti e ricordi di una vita passata.
Questo mondo ‘disordinato e abbandonato’ è ciò che resta della realtà. Pierrot comincerà a raccontare la sua storia da lì. Alle sue spalle, si impone il pianeta-satellite, uguale a se stesso da millenni, osservatore silenzioso di un mondo in disfacimento. Pierrot si racconterà attraverso quegli oggetti: dai bicchieri vuoti e impolverati nei quali la luna ‘versa a flutti il vino che si beve con gli occhi’, ai ‘pallidi fiori’ sparsi da chissà quale cataclisma abbattutosi sulla terra, fino alla ‘calva testa di Cassandro’. Il suo viaggio, il suo ‘liberarsi’ da un mondo che ormai non esiste più, è una fuga verso il satellite che lo osserva.
Tornando al ‘desiderio di gioie’ e ‘libero da ogni rancore’, Pierrot Lunaire farà ritorno a casa. Una casa fatta della memoria di un tempo perduto. Una casa lontana da un mondo irriconoscibile. Un mondo che nell’ultima immagine di questa storia sparirà nel buio, lasciando spazio ad un uomo libero, stretto nell’abbraccio della luna.
Lo straniamento di Pierrot rispetto ad una realtà di decadimento ci ha offerto lo spunto per raccontare Gianni Schicchi, consentendoci di ergere la famiglia di Buoso Donati a simbolo di tale decadenza. Forse il mondo in cui trovano luogo i due racconti è il medesimo; è un mondo ‘immaginato’; forse un mondo guardato in prospettiva. Una visione non proprio rassicurante del nostro domani.
Ecco allora che l’orbita di Pierrot Lunaire, diventa un tavolo imbandito e pronto ad accogliere gli inviati. Ogni elemento disposto su quel tavolo, ci rimanda ad una ricchezza ed eleganza perduta. Il padrone di casa, Buoso Donati, muore mentre li aspetta. La famiglia sopraggiunge sulla scena e lo scopre già morto. Ma il pensiero va al cibo sulla tavola, all’eredità, a tutto ciò che di ‘materiale’ si può arraffare. Non c’è nessun sentimento che li caratterizza. Loro sono soltanto lo specchio di un’Italia senza speranza. La famiglia di Buoso è ‘incurante del bello’. Ha fame e mangia tutto ciò che può mangiare.
Firenze, con la sua bellezza, sembra essere fin troppo lontana. I gigli bianchi che ritroveremo sul tavolo, sono ormai tutti appassiti. Buoso Donati muore e ai suoi parenti non lascia nulla.
La speranza per la famiglia diseredata ora risiede in Gianni Schicchi. Quest’ultimo, insieme a Lauretta e Rinuccio, porta ‘il colore’ in questa storia e questo colore è il rosso del ‘giglio bottonato di Firenze’. C’è qualcosa in loro che ci ricorda della bellezza. Qualcosa che ha il sapore di un sentimento autentico.
Il finale vedrà il tavolo trasformarsi in un grande ‘calderone’, all’interno del quale, ritroveremo i parenti di Buoso intenti a raggiungere il letto che ora è di Schicchi. Quest’ultimo, proprio come un moderno Caronte, li allontanerà, facendoli affondare in un ‘mare di fuoco’ e condannandoli per sempre. La scelta di trasformare il tavolo circolare in un calderone ‘infernale’ richiama alla memoria Dante e la sua Commedia.
Alla fine lo spettacolo si chiuderà con ‘un’apertura’; con una possibilità. Proprio come accade a Pierrot che sotto il grigiore di una luna irriconoscibile, ‘apre’ le sua ali per raggiungere la luna, Firenze, dietro una finestra che da sul suo cielo, ci ricorda di un tempo immobile che resiste.
Di qualcosa che, al di là di ogni indifferenza, saprà rassicurarci.

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Immagine di scena de I Flashati